Addenda

L’Africa vista dall’Italia

Pubblichiamo alcune immagini che per motivi di spazio non sono state inserite nell’articolo “L’Africa vista dall’Italia. Un secolo di “nigrizia” pubblicitaria tra sorrisi e pregiudizi” di Michele Rapisarda del numero 127 di Charta, pagina 32.

 

L’Africa vista dall’Italia

Un secolo di “nigrizia” pubblicitaria tra sorrisi e pregiudizi

Ci sono argomenti iconografici curiosi e affascinanti, di cui non è sempre facile dare una lettura storica e al tempo stesso “politicamente corretta”. I “mori” come simbolo esotico erano già presenti nelle insegne commerciali (blackmoor’s head e black boy) dell’Inghilterra del xviii secolo (Ambrose Heal “Sign-boards of Old London shops”, Portman Books, London, 1988). Un’usanza destinata ad avere fortuna anche in Italia se, ancora nel 1848, Paolo Bonomi, commerciante di “ogni sorte di panni…” in Milano, stampava sulla sua carta intestata l’insegna del moro, con turbante e pennacchio. In effetti i volti di donne e uomini dalla pelle nera con i capelli ricci e gli orecchini ad anello nel Seicento e nel Settecento avevano già fatto la loro apparizione anche nelle stampe e nei dipinti raccontando i fasti delle famiglie arricchite dai traffici coloniali. I black servant dei quadri di William Hogarth (1697-1764) sono graziosi paggi che porgono la teiera, diffondendo l’immagine dei neri abbinata ai prodotti delle colonie. E così entreranno nella storia della pubblicità per molti prodotti “neri” come caffè e cioccolato, ma anche per il lucido delle scarpe e il dentifricio, per il rum, il sapone, per l’inchiostro e per l’estratto Liebig. In Italia i moretti con il turbante colorano le confezioni del Caffè Ferrero e Figlio di Roma ai primi del Novecento e gli annunci sui periodici illustrati per i profumi Lepetit (1922) e per le caramelle nougatine Venchi (1927), di cui decorano ancora oggi l’incarto. In altri casi il fanciullo africano indossava la livrea del valletto, per servire la crema al cioccolato Arturo Vaccari (medaglia d’oro all’Esposizione di Parigi del 1900) su un segnalibro réclame, e sulle cartoline pubblicitarie della Fabbrica di camicie E. Maina di Torino. Il marchio dello Sciroppo Negri, specifico contro la tosse asinina, era un curioso stemma con tre profili di mori (1912).

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Biglietto, prego

Pubblichiamo alcune immagini che per motivi di spazio non sono state inserite nell’articolo “Biglietto, prego” di Patrizio Mazzanti del numero 126 di Charta, pagina 60.

 

Biglietto, prego

Tipografici o illustrati dal XVIII secolo documentano la storia del turismo

 

Quando per la prima volta venne aperto al pubblico un museo? Nel 1471, quando Papa Sisto IV donò “al popolo romano” un nucleo di opere d’arte antiche, fino ad allora conservate nel palazzo del Laterano, perché venissero esposte in Campidoglio, dando vita ai Musei Capitolini. All’epoca esistevano altre grandi raccolte, soprattutto nelle capitali dei tanti Stati italiani, ma destinate ancora per molti anni a restare private. Una delle più importanti e famose, quella di Lorenzo il Magnifico, già strutturata prima della sua morte nel 1492, infatti prenderà forma di museo solo nel 1785 in pieno clima illuminista. Grazie alle idee del Secolo dei Lumi le grandi raccolte artistiche dinastiche o collezionistiche finalmente si trasformeranno in musei aperti al pubblico, col riconoscimento del valore didattico e culturale dei beni artistici, soprattutto antichi. Ecco perché è proprio nella seconda metà del Settecento che appaiono i primi biglietti d’ingresso. La visita e il godimento delle raccolte non erano più un omaggio riservato a persone conosciute o potenti, ma a poco a poco diventeranno un diritto: seguendo regole precise, si poteva otteneva il permesso e si era liberi di visitare e “istruirsi”. I primi veri e propri biglietti d’ingresso conosciuti erano dei piccoli documenti cartacei, in parte prestampati, che venivano rilasciati al richiedente; di solito erano intestati a un titolare e a un certo numero di persone al suo seguito. I visitatori erano in genere persone di alto livello sociale che viaggiavano sempre “in compagnia”, una sorta di piccola corte.

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La Vispa Teresa correa tra i fumetti

Pubblichiamo alcune immagini che per motivi di spazio non sono state inserite nell’articolo “La Vispa Teresa correa tra i fumetti” di Elisabetta Gulli Grigioni del numero 126 di Charta, pagina 52.

 

La Vispa Teresa correa tra i fumetti 

Ragazzine alla ricerca di identità in un esuberante periodico del dopoguerra

 

Non mi sembra facile trovare notizie circa il «Settimanale per le bimbe grandi» (in un secondo tempo, «Settimanale delle piccole donne» e quindi «Settimanale del Sabato»), intitolato «La Vispa Teresa»,  pubblicato dal 1947 al 1954 dalla  milanese Editoriale Dea sotto la direzione di Giorgio Pierotti Cei e poi di Lia Pierotti Cei. Gianni Brunoro, nell’articolo A proposito di Cristina, scritto con la collaborazione  di Antonio Guida, la ritiene giornale «un po’ snobbato dalla critica fumettistica», di conseguenza poco noto, e così la presenta: «Era una testata a fumetti specificamente indirizzata a un pubblico femminile (che, a quei tempi, costituiva un target di  scarso successo per i fumetti, che erano di tradizionale fruizione quasi esclusivamente maschile)». In quegli anni, inoltre, il fumetto in genere,  era fortemente contestato da chi si occupava di istruzione giovanile. Della situazione, da me constatata ancora all’inizio degli Anni Settanta  come insegnante di scuola media inferiore, si può avere un’idea dai giudizi severi e quasi animosi di Luigi Santucci, scrittore da me pur molto amato, nel suo libro La letteratura infantile, pubblicato a Bologna nel 1994 (Editore Massimiliano Boni,  Terza Edizione, le prime due 1942 e 1958).

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Carissimo signor Padre…

Pubblichiamo alcune immagini che per motivi di spazio non sono state inserite nell’articolo “Carissimo signor Padre…” di Nino Insinga del numero 125 di Charta.

 

Carissimo signor Padre…

Il perfetto manuale epistolare di Domenico Milone

 

Teneste la promessa.. La disfida ebbe luogo! Così ha inizio la più celebre lettera del melodramma italiano. Eppure essa, a ben guardare, sotto la sua apparente semplicità, nasconde interrogativi di tutto rispetto. Il fatto è noto: Giorgio Germont, un uomo della buona borghesia parigina, scrive a una mantenuta che gli ha sedotto il figlio, chiedendole perdono, giacché con il suo sagrifizio – la rinuncia ad Alfredo – ha dimostrato un eroismo degno di un avvenir migliore. Ma, nella soprascritta (o indirizzo), con quale titolo si sarà rivolto alla Traviata? Avrà usato semplicemente Alla Sig.ra, formula riservata alle donne di bassa condizione? Oppure l’avrà trattata come una rispettabile Dama, inventandosi magari una Sig.ra Baronessa? E, ancora: quanto spazio avrà lasciato per l’iscrizione, e cioè, all’inizio del foglio? La firma, poi: l’avrà attaccata all’ultima riga dello scritto, come un qualunque commerciante, o in fondo alla pagina, in segno di rispetto? E sorvolando sui complessi problemi posti dalla data e dal sigillo, come avrà chiuso la missiva? Con la cera lacca che si usa con le persone di primo rango o con l’ostia rossa, buona per quelle d’inferior estrazione?

 

Ad uno sguardo più attento, perché stupirsi se queste forme – che per fortuna non sfiorarono la potente drammaturgia verdiana – agitarono le menti dei nostri progenitori, finendo per assurgere a vera sostanza? In ogni caso, siamo certi che Germont, nato alla fine del Set-tecento, nel rivolgersi per iscritto alla sua mancata nuora, sarà partito da un antico principio cardine dell’epistolografia: In iscrivendo, il buon giudicio distinguerà primieramente tre sorte di persone: superiori, inferiori ed eguali. E’ questa infatti la suprema partizione che sta alla base del manuale epistolare, quel fenomeno editoriale che, per le lettere in volgare, nacque nel Cinquecento con il Segretario di Francesco Sansovino (Venezia, F.sco Rampazzetto, 1564), riscuotendo un grande successo lungo l’arco di tre secoli, fino al Novecento inoltrato.

(il testo completo dell’articolo è stato pubblicato su Charta n. 125 gennaio-febbraio 2013. Chi volesse acquistarlo può trovare qui le librerie di riferimento).

 DIDASCALIE

1)Domenico Milone, Il perfetto manuale epistolare… Torino, F.lli Reycend, 1816 (3^ ediz.): Delle Lettere di commessione; 2)Domenico Milone, Il perfetto manuale epistolare… Torino, F.lli Reycend, 1816 (3^ ediz.):  Delle lettere di condoglienza: A persona superiore convenir potrebbono le seguenti espressioni; 3)Domenico Milone, Il perfetto manuale epistolare… Torino, F.lli Reycend, 1816 (3^ ediz.): Delle lettere miste; 4) Domenico Milone, Il perfetto manuale epistolare… Torino, F.lli Reycend, 1816 (3^ ediz.): Precetti per risposta a lettere di buone feste; 5)Isidoro Nardi, Il segretario principiante, ed istruito… Bologna, Longhi, 1711: Lettore cortese; 6)Francesco Sansovino, Del Secretario di m. F.S. libri 7…. In Vinegia, presso Altobello Salicato. Alla Libraria della Fortezza, 1588 (7^ ediz.): Frontespizio; 7)Francesco Sansovino, Del Secretario di m. F.S. libri 7…. In Vinegia, presso Altobello Salicato. Alla Libraria della Fortezza, 1588 (7^ ediz.): Lettera amatoria lasciva;

 

Leone di carta

Pubblichiamo alcune immagini che per motivi di spazio non sono state inserite nell’articolo “Leone di carta” di Michele Rapisarda del numero 124 di Charta.

 

Leone di carta

Il simbolo di San Marco sui documenti della Serenissima

 

Pochi simboli sono universalmentenoti come il leone di San Marco. Per secoli a Venezia e nei territori governati dalla Repubblica, nelle isole della laguna e nei castelli di Creta e Cipro, a Nauplia nell’Egeo, a Corfù e nelle città della costa jugoslava, il leone è stato rappresentato in monumenti, fregi e lapidi, affreschi e dipinti, sulle monete, su bandiere e stendardi. Ma, dal Cinquecento alla fine del Settecento, il maggiore giacimento di immagini del famoso simbolo resta la carta e in particolare le intestazioni dei documenti della Serenissima, centro di grandi traffici nonché del mercato librario e della stampa.

Proprio a Venezia, nel Quattrocento egemone nei commerci verso tutti i paesi del mondo conosciuto, aprirono la prima stamperia nel 1467 i fratelli Speyer, originari del Palatinato, pubblicando i primi volumi in lingua italiana. Alla fine del XV secolo erano circa centocinquanta i tipografi attivi in laguna facendo della regina dell’Adriatico la capitale libraria dell’epoca. Consolidatasi nel Cinquecento (basterà ricordare Aldo Manuzio, Bernardino Giolito de’ Ferrari e i due Paganini), questa tradizione veneziana diede vita durante il Seicento e all’inizio del Settecento a una singolare attività di artisti incisori. Così “la decorazione del libro e dei fogli volanti veneziani del Settecento rappresenta il trionfo dell’incisione italiana […].

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La vanguardia aplicada

Pubblichiamo in questo articolo di Bruno Tonini un’immagine in particolare che nel cartaceo per motivi di spazio abbiamo dovuto contenere, il titolo è “La prose du transiberrien” del francese Blaise Cendrars, Sonia Pelaunay, Paris 1913 del numero 121 di Charta.

 

La vanguardia aplicada

Caratteri e teorie tipografiche delle avanguardie dal 1890 al 1950

 

La vanguardia aplicada (1890-1950) è il titolo di una mostra evento (Madrid, Fundacion March, fino al 1° luglio 2012) dedicata alla tipografia d’avanguardia con oltre settecento opere delle avanguardie storiche internazionali provenienti da due importantissime collezioni private, quella spagnola di José Maria Lafuente e quella statunitense di Merrill C. Berman. Libri, riviste, manifesti, cartoline, opuscoli, disegni originali, modelli, schizzi preparatori e fotomontaggi, a testimonianza della stretta connessione tra avanguardie artistiche e ambiti poetico-letterari, grafici e tipografici; un’incredibile sequenza di rarità e capolavori provenienti da tutto il mondo come Poemes & Calligrammes dello spagnolo Josep Maria Junoy, il marinettiano Zang Tumb Tuuum, La prose du Transsibérien del francese Blaise Cendrars, il franco-russo Lidantiu faram di Ilia Zdanevich, la serie completa dei tedeschi Bauhasubücher, Z Ponad del polacco Wladyslav Strzeminski  e ancora K4 o quadrado azul del portoghese José Almada Negreiros, i numeri introvabili della rivista brasiliana “Klaxon”, il neosensibile “Aliverti Liquida” realizzato da uno scalcagnato gruppo di universitari uruguaiani, la serie completa dei fascicoli della rivista olandese “Wendingen”, una delle più belle del Novecento.

 

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Le Cattedre

 

Partecipate alle Cattedre Ambulanti, i corsi itineranti di Nova Charta a Città di Castello nel 2013:

il Libro Antico

Conoscere e leggere le stampe

il Novecento

email: segreteria@novacharta.it 

tel. 0415211204

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