Ditelo con un surimono
Riportiamo un bell’articolo di Filippo Sicomoro dal numero 3 di Charta:
Ditelo con un surimono
Surimono: ossia, letteralmente, “cosa stampata”. Una denominazione modesta, forse volutamente riduttiva, nata dal gusto sottile di considerare banale ciò che è invece ai vertici della raffinatezza.
A partire dal 1600, con l’ascesa al potere del Tokugawa, il Giappone entrò in un’epoca di grande stabilità e prosperità che favorì lo sviluppo di una florida classe borghese. Sotto molti aspetti è ciò che avveniva intanto anche in Europa, con la differenza che qui non si arrivò alla violenta contrapposizione fra gli emergenti e gli aristocratici: si venne anzi a creare, fra gli uni e gli altri, una sorta di simbiosi. Il clima ideale per l’elaborazione di una nuova cultura, la quale trovò nel teatro, nei romanzi e nelle stampe i suoi mezzi più potenti di espressione. Le persone abbienti, i mercanti, i samurai erano spesso amanti della poesia e delle arti figurative; prosperano i circoli letterari che riunivano gli artisti e i loro facoltosi estimatori: in questo ambiente colto e raffinato nacque attorno alla metà del Settecento il surimono.
Surimono, ossia il biglietto augurale. Lo commissionavano le persone di rango, gli intellettuali, i circoli letterari (ad uso dei loro adepti) per l’inizio del Nuovo Anno o anche per ricorrenze private come il cambiamento di un nome di un artista. Tirato in serie limitatissime su morbida carta di gelso, abbastanza contenuto nelle dimensioni come si addice a un biglietto, presentava in perfetta sintesi alcuni degli aspetti più raffinati dell’estetica giapponese.

Una calibratissima immagine, una breve lirica vergata in calligrafia sono quanto appare sul foglio, ma il valore evocativo del surimono va ben oltre la preziosità della stampa o il fascino dei versi, che non sempre la traduzione riesce a restituire con efficacia. E’ il moltiplicarsi dei rimandi tra testo e immagine. delle citazioni letterarie, delle allusioni, dei richiami simbolici che si inseguono dalla parola scritta al segno grafico e viceversa a costituire il fascino complesso e ineffabile di questi oggetti.
Limitandoci alle immagini osserviamo che queste, come in altre stampe coeve, si richiamano all’estetica dell’ukiyo o “mondo fluttuante”: termine di impronta buddista che in origine alludeva alla transitorietà delle cose terrene, ma dal Seicento passò a significare quanto di effimero e passeggero riserva la vita. Le figurine sui surimono rappresentano oggetti di tutti i giorni o momenti della vita quotidiana, trasfigurati però da una rigorosa ricerca di equilibrio e di sintesi che non lascia nulla al caso ma inquadra ogni particolare (comprese le parti scritte) in una precisa visione d’insieme. Trattandosi di biglietti augurali è facile trovarvi immagini che, nella cultura giapponese, significano buona fortuna (il falco, la melanzana, il monte Fuji) o longevità (la tartaruga, la gru, il bambù); quando si riferiscono a una precisa persona, la simbologia degli oggetti si fa più mirata e spesso lo stesso nome dell’interessato è coinvolto, nei versi, in complessi giochi di parole.
Produrre stampe di qualità eccelsa, come richiedevano il rango e la sensibilità dei committenti, non costituiva un problema per i maestri dell’epoca. Nate in Cina, le tecniche di classe borghese, con la sua filosofia del “mondo fluttuante” e le sue esigenze di raffinatezza, a determinare una svolta nel mondo della stampa e degli stampatori. Nelle prime tirature a soggetto profano, ai contorni del disegno impressi in nero si aggiungevano poi a mano i colori; attorno al 1765 si arrivò alle nishiki e, ovvero “stampe broccato” ottenute per successive impressioni a registro di più matrici colorate. E fu con i surimono che questa tecnica raggiunse le sue più alte espressioni: con clienti così esigenti e tirature così limitate (non più di 100 pezzi) era naturale che l’artista, incisore, stampatore, collaborassero strettamente alla perfetta riuscita dell’opera in tutte le fasi di lavorazione; cosa che per le stampe a destinazione commerciale era assolutamente impensabile.
La creazione di un surimono partiva o da una lirica o dall’idea di un’immagine: la prima poteva essere opera di un facoltoso dilettante o di un vero poeta; col tempo, perfezionandosi il genere, furono i poeti a prevalere. Dal disegno preparatorio, nel quale l’artista aveva integrato perfettamente versi e figurine, si ricavava (su foglio di carta sottilissima e trasparente) la traccia dei contorni che andava poi incollata (a immagine rovesciata) su un blocco di legno: ciliegio di monte o altre essenze a venatura fitta. L’incisore, incidendo a risparmio, ricavava una prima matrice detta “di base”, comprendente anche i registri. Su una prima prova di stampa l’artista segnava i colori da stendere; indi si imprimevano altre prove su carta sottile: su ognuna si segnavano le aree interessate da un determinato colore. Ricavate con il solito sistema altrettante matrici lignee a rilievo si procedeva con la prova d’artista: il foglio veniva adagiato successivamente su tutte le matrici inchiostrate, pressandolo con un tampone (baren) fatto di corda arrotolata e coperta da uno straccio. A questo punto si passava agli effetti speciali: laccatura del nero per renderlo lucido, inserzione di schegge finissime di madreperla, applicazione di mica rosa, grigia o nera, polvere d’oro, d’argento o di bronzo; spesso mediante tamponi e apposite matrici rilievo, si procedeva anche alla goffratura (karazuri) di alcune zone del disegno.
Ognuna di queste fasi era affidata a un artigiano ultraspecializzato; alla fine del processo la prova era sottoposta all’artista e al committente i quali potevano apportare eventuali correzioni.
Solo allora, con la stessa meticolosa cura, si procedeva alla stampa vera e propria nella quantità desiderata.
L’epoca d’oro del surimono durò circa cento anni, fino alla metà dell’Ottocento; sono considerati i più bei biglietti d’augurio e di circostanza mai realizzati. Considerando le loro tecniche di produzione, guardandone qualche immagine, si può avere una vaga idea di questi gioielli: ma nulla può sostituire un incontro di persona.










